2018 2020-02-08T22:30:03+00:00

IBRIDA

2018
mostra collettiva a cura di Alberta Romano e Clarissa Tempestini
CCH, Patrizio di Massimo, Maurizio Donzelli, Corinna Gosmaro, Luca Loreti, Elio Marchegiani, Michela Nosiglia, Namsal Siedlecki, Priscilla Tea, Alice Visentin
Castello di Perno, Monforte d’Alba (CN)

ph Andrea Rossetti

Perchè IBRIDA

IBRIDA è una mostra collettiva di dieci artisti italiani nati tra il 1929 e il 1993 scelti per la loro ricerca che rielabora e indaga il superamento dei vincoli stilistici e concettuali del medium pittorico, ritrovando nella sperimentazione l’importanza essenziale del fare e della concretezza del pensiero. Il punto di partenza della mostra è una ricerca sulla pittura e sul confine oggetto-quadro come idea di origine creativa, intendendo la pittura come metafora della nascita dell’idea, dell’ispirazione dell’artista che nello studio si trova davanti alle infinite possibilità che una tela bianca porta con sé. La pittura vuole essere quindi metafora primordiale della nascita del lavoro e di quella scintilla che a un certo punto fa muovere la mano verso il gesto. Il gesto raccontato è quello visionario, quello che non si ferma sulla superficie ma che sfida i propri limiti, andando oltre.

Il concetto di ibrido è espressione dell’intrinseca complessità e ambivalenza della natura umana, simbolo della feconda plasticità della natura e della fantasia dell’uomo. È una zona liminale e di confine, categoria impura del pensiero che permette di addentrarsi nel territorio complesso delle arti figurative.

Con la mostra IBRIDA, le delicate alchimie che governano il divenire della storia dell’arte, coesistono con la tecnologia, le scienze sociali, la storia, la politica, letteratura e società, fra pensiero e azione, nell’esplorazione di un panorama culturale nazionale che tende a sfidare i propri confini e a creare nuove sfide e nuove aperture.

Questo avviene nella dimora che fu in passato casa per la cultura: il Castello di Perno infatti fu una sede della Casa Editrice Giulio Einaudi, in particolare fu un punto di ritrovo fondamentale per lo studio, il confronto e lo scambio culturale tra artisti, scrittori e intellettuali. Oggi il Castello di Perno intende tornare a essere fucina di coscienza culturale, come quella desiderata e raggiunta da Einaudi nel passato. L’obiettivo che il progetto si pone è quello di ricercare il presente, senza la presunzione di prevedere il futuro, imparando dal passato, ma senza ripeterlo.

La multidisciplinarietà raccontata da IBRIDA si compone di tanti aspetti e sfumature che variano d’intensità e forma, e che si diversificano anche per tipologia di approccio artistico. Ci sono artisti come Elio Marchegiani, Maurizio Donzelli e CCH che hanno sempre fatto della propria pratica artistica un campo di sperimentazione costante, senza precludersi alcuna forma di espressione, 

anzi ibridandone ogni volta i confini per potenziarne l’originalità. Altri artisti come Patrizio Di Massimo, Michela Nosiglia, Priscilla Tea e Alice Visentin, più focalizzati sullo sviluppo di un singolo medium, hanno alle spalle un variegato e interessante uso delle proprie fonti, dimostrandosi così in grado di dare forma a universi unici e inesplorati, che varcano le soglie dell’immaginario, in favore di visioni nuove. Corinna Gosmaro, Luca Loreti e Namsal Siedlecki tentano, invece, di superare le soglie della materia, ibridando le forme, le composizioni e i dogmi che la compongono. Uno studio, il loro, che partendo dalla sperimentazione strutturale, apre poi la strada a riflessioni concettuali attorno e oltre la materia da loro plasmata.

Luca Loreti concentra gran parte della sua ricerca artistica sulla sessualità e sulla fruizione pubblica e privata della stessa. Nella sua serie di “dipinti” #HOLES i soggetti sono dei minuscoli dettagli anatomici tratti da fumetti erotici e successivamente ingigantiti. 

L’artista pone in questo modo lo spettatore di fronte a qualcosa di inaspettato, realizzato per stupire e soprattutto per giocare con la percezione di chi osserva. La percezione stessa, infatti, è messa alla prova attraverso la sperimentazione.  Le “tele” sono, in realtà, lastre in ferro verniciate e successivamente cotte, ad eccezione del soggetto che viene invece lasciato crudo e fatto arrugginire con il tempo. Le opere sono dunque quadri la cui formalizzazione ignora intenzionalmente gli elementi propri della disciplina pittorica e che si configurano come una riflessione sulla pittura stessa. 

La grande insegna luminosa BJ gioca di nuovo con l’attenzione e con la sfera sessuale di chi osserva evocando una fellatio, ma utilizzando solo le prime due lettere della parola inglese Blowjob: l’abbreviazione rende implicito qualcosa di sessualmente esplicito, ne estingue la carica erotica e mette il pubblico nella posizione di spettatori incoscienti.

Alberta Romano e Clarissa Tempestini

BOCS ART

2018
residenza d’artista a cura di Giacinto di Pietrantonio
curatori invitati: Roberta Aureli, Simone Ciglia, Caterina Molteni, Alberta Romano
artisti invitati: Veronica Bisesti, Alessandra Calò, Mattia Pajè, Dario Picariello, Paola Angelini, Marco Giordano, Davide Mancini Zanchi, Luisa Mè, Benni Bosetto, Giulia Cenci, Alessandro Di Pietro, Alice Visentin, The Cool Couple, Luca Loreti, Giulio Scalisi, Alessandro Vizzini
BoCs Art, Cosenza (CS)

ph. Niccolò Benetton

Il progetto si sviluppa interrogandosi sul ruolo e le ambizioni di una residenza d’artista situata in un luogo come Cosenza.

L’architettura dei BoCs, vista su google immagini prima di partire, ricorda una residenza nordica, un luogo alieno atterrato nel profondo sud dell’Europa.

Che ruolo può avere nel sistema dell’arte o per la cittadinanza cosentina avere più di venti artisti nazionali e internazionali che si aggirano per la città e che cosa culturalmente possono dare a questa comunità è la domanda che mi sono posto prima di scendere da Milano.

Mi sono immaginato e immedesimato in un ipotetico artista asiatico che, invitato alla residenza porta parte della sua cultura all’interno di un contesto a lui lontano.

L’opera consiste in una scultura in legno di piccole dimensioni raffigurante uno Shishi o Cane di Foo, figura mitologica asiatica comunemente posta all’esterno dei templi in coppia come simbolo di protezione e molto in voga come tatuaggio tradizionale giapponese.

L’idea è quindi di realizzare un oggetto che non abbia relazione con il territorio ma che inviti ad indagare una cultura altra rispetto a quella del luogo, un invito ad aprire la mente e a confrontarci culturalmente nel mondo globalizzato in cui viviamo e metterlo in relazione con un disegno a sanguigna di un insaccato locale, come se questo ipotetico artista orientale portasse un pezzo della sua cultura e tornasse a casa con un pezzo della nostra.

PRESS
artibune
flashart
atpdiary
exibart

Artribune Magazine #42

Cover Story

ph Luca Matarazzo